FABER EST SUAE QUISQUE FORTUNAE

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Le certezze che abbiamo sono solitamente ciò che più ci allontana dalla comprensione della Realtà. Una di queste certezze è quella che riguarda il concetto di “fortuna”, cioè di esplicarsi casuale degli eventi, che per alcuni individui sembrano presentarsi maggiormente benefici e per altri prevalentemente dannosi, da cui i termini “fortunato” e “sfortunato”. Dico “sembrano”, perché l’uomo moderno è convinto che un evento “fortunato” sia quello che reca denaro, successo, salute, e ciò in conseguenza del fatto che tali fattori recano benessere materiale, e l’uomo moderno è certo che il benessere esistenziale coincida col benessere materiale.

Invece il mondo antico sapeva bene che la “fortuna” è solo un casuale accadere degli eventi, cieco rispetto agli individui (perciò la dea Fortuna veniva rappresentata bendata), individui che non sono né avvantaggiati né svantaggiati dalle circostanze fortuite, ma semplicemente messi alla prova della vita. Quest’ultima altro non è che un’avventura in cui ognuno di noi viene messo davanti a circostanze imprevedibili che gli consentono di sperimentare, e quindi di apprendere. La circostanza in sé non è né un bene né un male, ciò che conta è il nostro modo di affrontarla. Giusto per fare degli esempi, ottenere improvvisamente una forte somma di denaro, oppure una posizione lavorativa prestigiosa, oppure qualunque altro successo personale, potrà rivelarsi realmente benefico solo per pochissimi, per quelli che sapranno saggiamente utilizzare le risorse ottenute senza montarsi la testa, mentre per la maggioranza ne deriveranno con ogni probabilità sofferenze e disgrazie causate dallo sviluppo di arroganza ed egoismo, esattamente al contrario di ciò che si pensa comunemente. Così come le cosiddette “disgrazie”, come una malattia o un dissesto finanziario o una delusione sentimentale, per molti saranno causa di sofferenza a lungo termine solo perché non avranno la capacità di trasformare quegli eventi in opportunità per mettere alla prova sé stessi, lottare e migliorarsi. I pochissimi che lo faranno, dopo aver sperimentato cose come il dolore fisico o le privazioni materiali, vedranno da quelle presunte “disgrazie” diminuire la sofferenza, grazie allo sviluppo di qualità positive quali la compassione, la forza di carattere e la resistenza. Cristo compativa il giovane ricco, perché ad una età così giovane già egli aveva così tanti beni materiali, che difficilmente avrebbe avuto la forza di sperimentare la vita e imparare ciò che porta davvero il Benessere. Quella ricchezza materiale, quella forma di “fortuna”, sarà la sventura del giovane ricco, non la sua salvezza, perciò in questo contesto di antica saggezza, “fortuna” non ha accezione positiva o negativa, ma neutra. La fortuna è cieca, è solo una dispensatrice di eventi, senza guardare in faccia nessuno, mentre la “salvezza” è la capacità di imparare qualcosa di costruttivo affrontando quegli eventi, perciò ci si dovrebbe augurare che i casi della vita siano abbastanza “formanti”, difficoltosi, capaci di allenarci, mentre coloro che casualmente hanno ricevuto molto in termini di facilità di sussistenza materiale, poi avranno più difficoltà a costruirsi un reale benessere spirituale. Questo è il significato delle beatitudini evangeliche: “beati gli ultimi, perché saranno i primi”.

I Greci rappresentavano il concetto di Fortuna tramite la dea Tyche, che appunto era soltanto una dispensatrice di casualità, e comprendevano bene come ci si dovesse rapportare con essa, come riassume magnificamente il poeta Pindaro: “La tranquillità appare lo scudo migliore per tenersi al riparo dall’inquieto avvicendarsi degli eventi che Tyche guida in maniera imperscrutabile per l’uomo, il quale trova nella tranquillità l’unico appiglio per non essere spinto troppo in alto dalle circostanze positive o per non precipitare quando le speranze cadono a terra avvizzite come le foglie in autunno.”

Tranquillità, serenità. equilibrio, coltivate ed allenate per tutta la vita, in mezzo alle varie vicende che accadono, e che insegnano a chi vorrà ascoltare il senso del vivere. Perché la Vita non è né bella, né brutta, ma solo la vera Maestra sulla Via della Conoscenza, e nell’affresco cinquecentesco di Paolo Farinati, è proprio la Sapienza, impersonata da Hermes, che afferra per il ciuffo la dea Fortuna.

Perché il Saggio ha sempre la sua fortuna nelle sue proprie mani.

About Post Author

Domenico Rosaci

Domenico Rosaci è Professore Associato di Sistemi di Elaborazione delle Informazioni, e conduce ricerche nel campo dell'Intelligenza Artificiale. E' autore dei saggi sull'esoterismo "Arcana Memoria" e "Il Labirinto del Cristo" e dei romanzi "Il Sentiero dei Folli", "La Zingara di Metz" e "I Fiori di Tanato", pubblicati da Falzea Editore.
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